catalogo a cura di Angelo Capasso
testi di Angelo Capasso
e Nadia Romano
Foto di Francesco Galli
Dal 10 al 24 Ottobre 1999
Galleria Miralli Palazzo Chigi
Viterbo
3.33.66.99
analogico digitale animale
Da vicino, osservato con la lente di ingrandimento posta allo zenit del suo lavoro d’artista, Pasquale Altieri è un artista d’oggi. Opera, da sempre, trasversalmente tra i media (girovagando tra il video, la fotografia,la pittura e le “arti manuali”, l’istallazione e gli interventi sul territorio), e nell’attraversamento di metodi e argomentazioni, passando dall’analisi strutturale dello statuto di “opera d’arte”, al dialogo con la Storia dell’arte; abbandonandosi a narrazioni e lavori decorativi oppure, mascherato dietro intenzioni (pseudo) sociologiche o (pseudo) politiche, ha stretto la cinghia attorno al linguaggio, fino a prosciugarlo di ogni aspetto decorativo per farne un arma da battaglia. Essenziale è sempre l’ironia, con cui opera nel distacco dell’arte, quando essa sottintende la storia dell’abilità tecnica dell’uomo, e la pulsionalità dell’espressione, con cui si mette al riparo da ogni intellettualismo (anche del potenziale salvifico dell’intellettualismo) . Più che un professionista dell’arte, Pasquale Altieri rassomiglia (anche fisicamente) ad uno degli ultimi visionari, poeti maledetti, razza di selvaggi che esercita il valore di “durata” e “persistenza” nel mondo dell’arte, come “resistenza” ad ogni sistema convenzionale.
L’arte è la strada, non la meta, e il percorso da seguire non è scritto su una mappa topologica di luoghi standard (gallerie,mercanti, riviste specializzate) ma su una carta di luoghi da invadere, non per esporre opere (atto di narcisismo) ma per trovare opere (gesto di sopravvivenza).
Selvaggio, ma raffinato nelle tecniche imposte dalle necessità, Pasquale opera come i peruviani cacciatori visionari Matses, il popolo del giaguaro, di cui parla Peter Gorman in un suo diario di viaggio(1).
Per il cacciatore visionario la visione non consiste nell’ipotizzare mondi paralleli inaccessibili (surreali o metafisiche appendici del sogno), ma la premonizione di una realtà che è “davanti”,
è il luogo dove “andare” continuazione naturale dello “stare”, e dove presente, passato e futuro, non sono altro che interpretazioni del “tempo senza tempo” della visione. Ogni slancio in avanti è un lancio di catapulta che colpisce appieno luoghi e cose, e con la precisione della visione trova (“non cerco, trovo”, editto picassiano) nuovi approdi che raramente hanno qualcosa in comune con gli approdi già raggiunti, ma in questo andamento casuale dilatano il pensiero e la pulsione, così come l’ironia è in grado di distorcere la più profonda verità per farne apparire il lato verso.
In questo modo Pasquale Altieri è un artista d’oggi, ma non esercita l’arte dell’attualità, anzi fa di ogni attualità e moda un feticcio.
Per questo motivo merita il castigo in cui vive, un isolamento che gli frutta la libertà della visione, perché nel sacco da viaggio che porta sulle spalle ci sono cose che non si adatano al tempo, ma possono tuttalpiù disporsi nel luogo, che è il mondo dove muoverle.
Un caso da ricordare: in una galleria romana (1996), Pasquale Altieri, ha realizzato una performance emblematica(2): due guardie giurate entrano in galleria e appendono al muro “istituzionale” un falso quadro di Van Gogh. Davanti all’opera il “pubblico colto” è inebetito: non è possibile che una piccola galleria romana abbia un Van Gogh; il “pubblico di passanti” invece è incuriosito: che colori vivi, la materia poi è dilatata dalle pennellate ed è incisa come carne: sembra un Van Gogh! I critici presenti vorrebbero intuire il trucco; si tratta di un nuovo esempio di kitsh, e si interrogano sulle abilità imitative del falsario in questione; il gallerista comunque si sfrega le mani: chissà che ritorno pubblicitario avrà lo scoop (sia che si tratti di falso che di un originale). Le due guardie giurate restano immobili sotto un quadro che non richiede la loro presenza.
Ecco l’approdo nella performance il capolavoro, reale o presunto, attraversa il “sistema dell’arte” nelle sue diverse fasi, senza alcuna possibilità di scalfirlo (senza alcun avanguardistico tentativo di far crollare i muri), ma come una carezza contropelo deve essere in grado ogni volta di mettere in evidenzia le aporie e le contraddizioni, denunciare la pericolosità del “sistema dell’arte” proprio nel suo climax, durante l’esposizione dell’opera, quando questo si autocelebra, come certezza unica. In altre parole, le quotazioni vertiginose di un opera di Van Gogh, le aste, la pubblicità, i sistemi di protezione, i multipli diffusi sui giornali di una stessa opera, sono il sintomo del valore esponenziale con cui il sistema dell’arte pone l’arte in un permanente stato di pericolo di sparizione.
Raggiunto l’approdo, Pasquale però non và oltre, arretra. La sua “ritrosia” dichiara che al suo lavoro ci si può avvicinare, approssimare, con la stessa casualità con cui egli opera nell’arte, coscienti di non condividere nient’altro che una visione di rimando, quindi an’approssimazione.
(1) Peter Gorman, “I popoli de giaguaro” in Elèmire Zolla, “Il Dio dell’Ebrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci”, Einaudi, Torino 1998
(2) Si tratta di “Vigilantes, Vigilantes” ideata e condotta da Maddalena Gnisci all’ Explorer Coffee gallery” di Pino Molica
La scatola è una rappresentazione del mondo. È un mondo circoscritto nei suoi lati. “I sei lati del mondo” è un espressione persiana (sas jihat sas taraf-e dunyà) e poi turca (altì yòn), attraverso cui in un sol colpo si coglie l’insieme di tutte le localizzazioni spaziali interne alla tenda, che per le popolazioni spaziali interne alla tenda, che per le popolazioni nomadi è la dimensione più ridotta del privato. La scatola è anche l’elaborazione tridimenzionale della figura piana del rettangolo da sempre ideogramma e simbolo della terra. La scatola dei giochi, La boìte à joujoux (titolo di un opera di Claude Debussy) è lo scrigno dei sogni, il mondo blindato che conserva intatta la fantasia, nella fae più infantile del desiderio, quando è ancora commista tra istinto e pulsione creativa.
Le scatole di Pasquale Altieri mescolano desiderio e fantasia, psiche e pulsione; sono scatole ottiche che corrispondono a pieno al suo progetto di visione oculare, o “bulbolare”, dove lo strumento ottico carnale riflette su se stesso (in alcune delle scatole l’unica visione che si ottiene sbirciando attraveso i fori è l’immagine stessa dell’occhio riflessa in uno specchio) concentrando in se tutto l’universo fisico, i singoli elementi corporei – pupilla, congiuntiva, cornea, iride, camera anteriore, canale di Schlemm, zonula, cristallino, nervo ottico, vena vorticosa, coroide, retina, è l’universo simbolico, che nella Storia dell’arte ha presentato un vasto immaginario iconografico di studi sul meccanismo della visione.
In queste scatole lo sguardo è strabico, in quanto l’ochhio guarda secondo una prospettiva “inversa” e rivolta su se stessa, dove le coordinate che partono dalla pupilla s’incontrano e s’incrociano su una superficie vuota e impenetrabile, quella dello specchio, da cui rimbalzano al punto di partenza. Il corpo rotondo e preciso dell’occhio giunge nel corpo effimero e vaporoso dell’immaginazione delimitato da uno spazio oscuro e protetto, il fondo della scatola, dove P. Altieri può nascondere sollecitazioni pungenti ( piccoli personaggi, paesaggi mistriosi o altri specchi), attestando così la “visione” come mera possibilità, ipotesi, progetto.
Dall’esterno, appesa al muro la scatola, che sia sonora o ottica, musicale o visiva, resta come una stanza chiusa, un mondo potenzialmente vuoto, che nella decorazione complessa o scarna ostenta semplicemente il mistero della sua inaccessibilità: l’atto del nascondere, l’occlusione al mondo, alla contaminazione, l’isolamento dall’alterità ( o Altierità?), una chiusura ermetica ma della stessa consistenza e naturalezza di un battito della palpebra, solito muro sul mondo.
Rimando nella pura approssimazione, in ogni scatola di P. Altieri progetto, prototipo e oggetto sopravvivono in una compressione stitica
tra l’idea geniale e la sua concreta realizzazione, riproponendo una modalità ricorrente del suo lavoro, quella di rimanere in bilico
sul vuoto e di ridurre ogni operazione ad un gesto improvvisato e volutamente inconcludente. Un tentativo di nascondere più che disseppellire,
l’arte.
Angelo Capasso
Lo specchio nel corso del tempo, ha esercitato un forte fascino sulla sensibilità degli esseri viventi: dalla metafora del brutto anatroccolo a quella di Narciso, tutti noi siamo o siamo stati vittime dell’ingannevole scherzo del riflesso. La presenza dello specchio fin dai tempi piùantichi e le numerose supposizioni fatte in passato sulle sue propietà magiche e propiziatrici, caricano, ancora oggi, questo oggetto di mistero.
Il sapore magico e illusorio, la capavità di capovolgere le immagini, la sensazione di poterle catturare ed anche solo per un attimo poterle equivocare, sono tutte potenzialità che Pasquale Altieri ha “visto” nei suoi specchi.
“Ritrosia” ci invita ad entrare, ad osservare e analizzare; la senzazione è simile a quella che si ha guardando dentro un caleidoscopio, il gioco ottenuto stupisce per le diverse possibilità con cui si manifesta: è una “riflessione” relativa all’attimo in cui si compie è il soggetto che la attua. Neell’infinità di casi che ne deriva si nasconde l’anima di questa mostra: le scatole si configurano come un luogo ideale, un rifugio della memoria, dove lo spazio interno e la proiezzione di questo all’esterno, grazie all’uso degli specchi, determinano prospettive che gli oggetti guardati e i soggetti guardati possono assumere.
L’interno delle scatole, visibile attraverso piccoli fori o feritoie, ci proietta in luoghi immaginari a volte quasi fiabbeschi, dove la limitazione fisica dello spazio invoglia ad un’analisi meticolosa di tutto ciò che lo sguardo può raccogliere, ma anche questo è un inganno voluto, spesso, infatti, nell’atto di guardare, tutto ciò che si riesce ed è possibile vedere, è lo stesso occhio che guarda riflesso nello specchio; inconsapevolmente, l’occhio assume così il duplice ruolo di soggetto e oggetto: ciò che guarda è ciò che viene visto.
E’ come se l’autore ci avesse inserito nella sua opera a nostra insaputa, come se fossimo passati dalla condizione di spettatori a quella di attori, allo stesso modo di come accadeva nel teatro pirandelliano, divenedo complici, senza averne la coscienza, di una nuova storia.
Nadia Romano