Che succederà quando l'opera d'arte sarà concepita per lo spazio elettronico e perderà il suo statuto oggettivo?
Forse i nostri musei diventeranno delle languide rimesse in cui i reperti del fare umano acquisteranno il sapore di bizzarre tracce
della civiltà materiale.
Il ciarpame proteiforme sarà relegato nei luoghi della memoria in cui gli è ancora permesso di dialogare
sulla propria obsolescenza con un canuto pubblico traghettato nel nuovo millennio. L'arte sarà così: luminescente e fluttuante nello
spazio condiviso della rete, su cui tutti si affacceranno con il naso immerso nella luce bluastra di uno schermo sempre più grande,
sempre più piatto. Eppure nella stanza delle cose non rimarrà fuori niente perché là sarà tutto il mondo, rappresentato dall'artificio,
ammassato nella sua varietà. In quel ripostiglio dimenticato scorgeremo i brani della creatività, i risultati del calcolo e della
riflessione, le prove dell'ossessione e della vaghezza distratta dalle passioni. Oggetti allineati e classificati per genere, forma,
epoca lasceranno in sospeso il passo del visitatore sull'avvenire una volta frantumata la rigida sequenza nell'arbitrio della cronaca.
Questo insieme di cose silenti, immutate e meravigliose brillerà da uno spioncino sulla nostra curiosità, nella profondità fisica
di una grotta, nell'infinita vastità di una stanza di cui percepiremo i confini ma di cui non comprenderemo mai l'effettiva capienza:
è la
La superficie sembra essere
il luogo d'incontro del corpo plastico e dell'occhio dell'osservatore, in realtà non è così: Pasquale Altieri ricopre con una pelle
cromatica oggetti noti ed assemblaggi dando nuova essenza oggettiva ad un'impalcatura morfologicamente nota. Come in un famoso gioco
surrealista, tra l'esterno ed l'interno dell'opera di Altieri, decade ogni continuità funzionale, il rivestimento non occulta ma sospende,
decotestualizza le parti dal tutto, sottolinea la rigidità di un supporto a noi familiare e isola quel segmento ri - nominando la
cosa.
In un mondo di cose, abitualmente anonime e schiave dell'uso e dell'usura, Gino Casavecchia decanta alcune di esse isolandole
in una atmosfera di sogno. L'artista romano si accorge della potenzialità evocativa delle forme e non si dimentica della loro tipicità,
per questa ragione: una catena illusionisticamente levitante mette in crisi la pesantezza del metallo, una chiusura lampo sovaradimensionata
suggerisce l'ermetica occlusione di una custodia gigante e una piccola panchina dalle lunghe gambe filiformi emerge dalla ghiaia come
un seggio fatato.
La pelle, la scorza, la superficie, limite tra visibile e invisibile, ma anche parte connotativa dell'animale è
messa a tappeto da Franco Ottavianelli in modo da farne un arredo crudo ed arcaico, un suolo di calpestio simile ad un bieco trofeo.
Le foto del passaggio della gente su questo pavimento documentano un macabro rito consumato con indifferenza, il macabro rito dell'indifferenza
che l'uomo moderno celebra nei confronti della natura.
Ancora superfici, smerigliate e lucenti, quelle dei dischi di Gabriele Landi eValeria Tognoni, capaci di catturare la luce e di respingerla in un bicromo rincorrersi di campi compenetranti l'uno nell'alto. Questi
giovani artisti adottano nelle loro opere una singolare paratassi materica per vivificare l'effetto luministico con un chiaro intento
simbolico: se, infatti, colpisce l'eleganza delle linee, così gradevole all'occhio, parimenti rimane irrisolto l'enigma della forma,
essa allude ad una strategia dal sapore esoterico che, pur nella sua declinazione ellittica, lascia intendere una dosatura significante.
Le opere della Wundercammer si dispongono in questa ex bottega di rigattiere, quasi ad indicare una sottile continuità tra ciò che
viene recuperato dall'ordinario e ciò che viene promosso dall'artista ad un ruolo straordinario. In quell' ambito gli artisti si confrontano
come se volessero invertire quel processo di decontestualizzazione capace di rifondare il significato degli oggetti. In Vicolo della
Cancelleria, infatti, la galleria d'arte viene qualificata come tale dagli oggetti in essa contenuti e non viceversa. Questa operazione,
s'oppone a qualsiasi idea di spazio istituzionale qualificante e ribadisce la centralità dell'opera quale base strutturale per un
rapporto dialettico con il pubblico. L'incontro casuale è una coincidenza di opera e spettatore spinto da una curiosità incorrotta
da qualsivoglia induzione pregressa. La Wundercammer cerca nell'accidentalità un coinvolgimento spontaneo.
Nella separatezza della
scatola magica, la Wundercammer , riflette un desiderio di intimità, questo concentrato di momenti visivi è una serra dove sbocciano
suggestioni e scoperte.